QUATTRO PASSI NEL TEMPO, QUANDO UNA GITA TI PORTA MOLTO LONTANO…

di Erik Leoni

Siamo oramai alle soglie dell’inverno,
le giornate si accorciano e il freddo si fa sempre più pungente. Tuttavia, complici i bellissimi colori del paesaggio e magari anche la voglia di portarsi a casa qualche primizia di stagione decidiamo, zaino in spalla, di uscire un po’ dalla monotonia della città.
Preso il necessario, ci incamminiamo, pronti a cogliere il minimo segno di un fungo o di qualche castagna, quando all’improvviso, costeggiando un terreno arato di fresco, il nostro sguardo viene attratto dalla forma di qualcosa che, almeno di primo impatto, non dovrebbe essere lì…
-Una conchiglia!?
…Due!?
A ben guardare l’intero campo sembra essere pieno di questi resti… in una varietà incredibile di forme e dimensioni per di più.

Ma chi o cosa ha lasciato queste inequivocabili tracce in quel posto così lontano dal mare?

Senza una minima preparazione dietro non potevamo saperlo ma, se spinti dalla curiosità, ci mettessimo ad osservare con un po’ più di attenzione, provando magari anche a documentarci in merito, scopriremmo che quel luogo dove siamo distrattamente capitati porta in sé la preziosa testimonianza di una storia antichissima. Una storia conservata nel tempo attraverso i fossili, la Nostra. Quella del nostro Paese quando esso, pur essendo già emerso in parte, non aveva assolutamente la forma che conosciamo, né tantomeno le creature che vi abitavano, sia sulla terraferma quanto in acqua, erano simili a quelle che siamo abituati a vedere.

Esempio di conglomerato ad argille e malacofauna

Spostarci tra sabbie e argille ci metterebbe, quasi alla stregua di novelli detective, a guardare con più attenzione il territorio che ci circonda, compiendo un vero e proprio lavoro di indagine per ricostruire e comprendere realtà lontanissime nel tempo. Un lavoro fatto sì di osservazione, ragionamento, studio e passione, ma che lungi dall’essere noioso o monotono, arricchirebbe prima di tutto noi stessi portandoci inoltre a scoprire una realtà dove “solo” qualche milione di anni fa (circa 5 nel caso del Pliocene e 2 e mezzo per il Pleistocene) i grandi squali bianchi nuotavano su quella che adesso è la Pianura Padana e proprio in virtù delle temperature più alte, anche dei mari, gasteropodi come Strombus, Conus o Terebre,(specie oggigiorno tipiche delle grandi barriere coralline), proliferavano quasi indisturbate laddove adesso sorgono i tipici vigneti toscani.

Studiando questi resti ci accorgeremmo inoltre praticamente subito che detti fossili non comprendono esclusivamente molluschi (per l’appunto conchiglie), ma anche, echinidi, crostacei, spugne, coralli, resti di pesci ossei e cartilaginei, ed addirittura (questi ultimi rarissimi), di delfini e cetacei, includendo specie bentoniche (cioè legate al fondo marino) e non, con una biodiversità da reef tropicale sbalorditiva.
Una testimonianza tanto relativamente diffusa quanto invece, proprio per la sua natura fragile ed evanescente ,(esposti infatti agli agenti atmosferici i fossili degradano molto rapidamente), preziosa e da preservare, per impedire vada irrimediabilmente persa.

Linee di costa dell’Italia nel Pliocene

Un patrimonio che andrebbe tutelato, protetto nell’interesse di tutti e invece, troppo spesso, trascurato, sia per noncuranza generale, sia per dar spazio a fenomeni quali cementificazione selvaggia o feroci attività estrattive.
Gli enti e i progetti museali di settore ci sono, molte volte su iniziativa di privati, ma per quanto veramente lodevoli e curati, solitamente purtroppo mancanti delle risorse per contrastare o almeno conciliare meglio attività di antropizzazione dilagante.

Accade così, spesso, che anche il ritrovamento fortuito effettuato da un semplice appassionato, assuma un valore scientifico notevole unendo all’indubbia emozione della scoperta e al fascino intrinseco di questi reperti, la consapevolezza di aver contribuito, nel proprio piccolo, a salvaguardare una pagina importante del nostro passato.
-Ancora sicuri di voler andare solo distrattamente a funghi?

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