IL MISTERIOSO SQUALO DEL GANGE

di Riccardo Delle Fratte

Una riflessione sullo stato di conservazione di questo elusivo animale e più in generale su quella di tutti gli squali del mondo.

Nel novembre 2018 mi sono recato a Prato per il consueto e annuale appuntamento con la mostra-mercato di conchiglie forse più importante in Italia. In realtà non ero interessato a comprare niente di particolare (tantomeno conchiglie) ma piuttosto a scambiare materiale e informazioni con la persona che segue assieme a me gli studi su un giacimento fossile delle mie zone.

Sono sempre interessato però ad acquistare alcuni denti di squalo, i quali mi servono per confrontarli con le specie fossili. Prima di iniziare questo percorso mi sono documentato sul mercato di questi animali, in modo da evitare il più possibile che i miei acquisti contribuissero a mantenere viva la richiesta e la conseguente uccisione di questi splendidi pesci. Ho sempre comprato quindi quasi solo roba di vecchie collezioni, i cui reperti ormai sono in giro e vanno comunque conservati come testimonianza. Quei pochi pezzi appartenenti a specie adesso vietate li ho acquistati accompagnati da documenti forniti dal venditore che attestano che si tratta di vecchi stock comprati legalmente in tempi in cui la specie in questione veniva normalmente pescata e mangiata. Tra l’altro…non ho mai chiesto ai dealer di rimediarmi denti su specifica mia richiesta, temendo potessero essere rimediati in situazioni discutibili.

Girando per i banchetti, sono subito stato attratto da uno su cui c’erano alcune scatoline contenenti dei denti attuali di dimensioni medie, i quali stavano in mezzo ad altri più grandi di specie abbastanza comuni. Uno di questi denti faceva intravedere un cartellino con la dicitura “fiume Gange”. Ho pensato dovesse trattarsi di Carcharhinus leucas (Müller & Henle, 1839), ma qualcosa non quadrava. I denti di leuca li conosco e…non sono come quello che avevo davanti! Possibile esista uno squalo tipico dei fiumi indiani? Aprendo la scatolina ho letto la determinazione della specie la quale recitava “Glyphis gangeticus”, tra l’altro descritto dagli stessi autori nello stesso anno. Ho cercato su internet e ho visto che il dente era effettivamente un centrale superiore di questa strana specie fluviale ed estuarina caratterizzata da una testa ampia e occhi piccoli. Ho chiesto se la provenienza fosse affidabile e il venditore mi ha risposto che li aveva avuti in uno scambio da un grosso collezionista molto competente, il quale aveva venduto parecchi anni prima i suoi pezzi praticamente in blocco. Visto il prezzo ridicolo…l’ho preso. 

Immaginate la mia sorpresa quando ho fatto delle ricerche e ho scoperto che nessuno ha mai documentato questo squalo in vita. Le poche foto che girano sono solo di rarissimi esemplari morti e venduti al mercato del pesce o di squali leuca con i quali viene confuso, oppure di esemplari delle altre due specie appartenenti al Genere Glyphis. Consultando una pubblicazione del 2017 di ricercatori dell’Università di Dhaka (città che sorge proprie sulle rive del medio corso del Gange) essi sostengono che la nostra conoscenza di questo sfuggente animale si basa unicamente su reperti dell’800 e ‘900 posseduti da soli tre musei al mondo: quello di Parigi, Berlino e Calcutta. Va precisato però che in rete ho anche trovato un fantomatico esemplare custodito all’università di Vienna, una mascella preparata in Australia da un noto professionista del settore, un sito web che li vende a prezzi stracciati tramite ebay, uno che ne vende un paio all’interno di un quadretto con altre specie, nonché qualche privato che li mostra sui forum!L’animale in questione figura tra le 20 specie di squali criticamente minacciate di estinzione e l’unica notizia recente su di lui risale a pochi mesi fa, quando un grosso esemplare di oltre 260 cm (fino a quel momento si pensava non superasse i 200 cm) è stato pescato, fotografato morto dai locali e subito venduto a pezzi al mercato ittico di Mumbai.

Vorrei farvi riflettere sul fatto che questa specie è protetta in tutto il suo areale di distribuzione (fiumi pakistani e del golfo del Bengala) sin dal 1972.
Come al solito però queste misure non servono a nulla visto che la popolazione non le conosce o le ignora deliberatamente per sfamarsi. Credo anche che, se un collezionista si è privato di un dente per un piccolo scambio, è probabile che in collezione avesse ben altri reperti appartenenti allo squalo del Gange. Come sempre emerge un mercato sotterraneo di parti appartenenti a questi pesci, parti che spesso vengono usate per fare soldi da aggiungere a quelli ottenuti dal consumo alimentare del pescato. Spero che non sia vera però un’altra ipotesi ben peggiore, ovvero che i pescatori siano informati del valore collezionistico di certi reperti e che uccidano di proposito questi squali per soddisfare precise richieste. Ovviamente, come al solito, pare che ai ricercatori sfugga sistematicamente buona parte dei reperti in circolazione, dei quali spesso ignorano l’esistenza.

Questo dente è per me quindi l’occasione per farvi riflettere sullo “scollamento” che spesso si registra tra chi fa scienza per professione e chi invece ha a che fare con la natura per altri fini. Gli animali e le loro spoglie infatti circolano in tutto il mondo con una facilità incredibile, soprattutto se si tratta di specie con valore alimentare, ornamentale e collezionistico. Ecco quindi che molti esemplari, anche rari, sfuggono alla scienza e prendono vie traverse finendo in molti nelle case di privati cittadini.

Gli squali poi sono al centro di un caso particolarmente complesso. Essi sono infatti protetti da diverse convenzioni internazionali, ma in moltissimi Paesi vengono regolarmente pescati, uccisi e mangiati. Tralasciando il caso di specie ormai divenute abbastanza rare come lo squalo bianco (ormai protetto praticamente ovunque), questa distonia si registra spesso anche su specie più comuni. Ogni giorno infatti vengono pescati mako, verdesche, gattucci e decine di altre specie che poi finiscono sui mercati. In realtà una volta uccisi non ci sarebbe nulla di male a conservare le parti non edibili ma spesso si rischiano problemi legali. Il problema deriva soprattutto dalla difficoltà di riuscire a dimostrare la provenienza di tali reperti e da una normativa assolutamente confusa e lacunosa, spesso poco conosciuta da quelli che dovrebbero farla rispettare. Tra l’altro queste sono spesso regole che esistono solo “sulla carta” e nella realtà di tutti i giorni nessuno le rispetta.

 

Alla fine quindi resta una sola cosa da fare: usare il buonsenso. Infatti, in attesa che gli squali possano beneficiare di misure protettive più efficaci, è meglio limitarsi a raccogliere e conservare in modo scientifico (con i relativi dati) solo animali considerati comuni poiché in questo caso è difficile dare un contributo al depauperamento delle specie e di incorrere in spiacevoli sanzioni. Allo stesso tempo sarebbe anche il caso che gli scienziati si interessassero al mondo del collezionismo, se non altro per capire meglio il reale flusso di reperti che riguardano certi animali in modo da poter mettere a punto programmi di tutela più efficienti. Le collezioni private possono inoltre fornire una serie di informazioni scientifiche davvero preziose ma che spesso vengono totalmente ignorate dai ricercatori.

Come sempre è meglio un approccio equilibrato e completo rispetto ad uno troppo a senso unico. Lo squalo del Gange insegna…

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