UNA CAMMINATA LUNGA MILIONI DI ANNI: NATI PER CORRERE E CAMMINARE

di Flavia Salomone

Impronta Laetoli

Essere eretti e bipedi è stato il punto di partenza del nostro cammino evolutivo. Una conquista esclusiva nel mondo animale. Ma cosa ci raccontano quelle orme fossilizzate? Una camminata che dura da milioni di anni perché noi siamo nati per correre e camminare.

[…] Un giorno ragazza, non so quando, arriveremo in quel posto
Dove davvero vogliamo andare e cammineremo al sole
Ma fino ad allora i vagabondi come noi sono nati per correre
[Born to run | Bruce Springsteen]

Born to run. Nati per correre! Così canta il Boss. Sin dall’alba dell’umanità, correre è stato il modo per coprire grandi distanze, per sopravvivere inseguendo le prede e fuggendo dai predatori. È così che l’uomo ha conquistato le praterie. A pensare bene nel mondo animale siamo gli unici ad aver assunto una postura perfettamente eretta accompagnata a una locomozione bipede. È stato un processo lento, durato milioni di anni, e ancora secondo molti non ultimato. Ma cosa è successo al gruppo di “scimmioni” nostri lontanissimi parenti e soprattutto perché?

Il nostro cammino evolutivo è caratterizzato da vere e proprie rivoluzioni dell’architettura scheletrica a loro volta frutto di mutazioni casuali selezionate poi da madre natura nel momento in cui i cambiamenti ambientali le hanno evidenziate come “strategiche” per adattarsi meglio. Pertanto affermare che il passaggio al bipedismo sia stato un momento cruciale nel processo evolutivo umano non è fuori luogo anzi! Possiamo affermare che il nostro diventare umani sia una “questione di piedi”.
Vediamo in cosa sono consistiti questi cambiamenti architetturali:

  • Modifica del piede con perdita dell’opponibilità del pollice. L’andatura perfettamente bipede propria della nostra specie secondo una ricerca condotta all’Imperial College di Londra e all’Hudson Alpha Institute for Biotechnology a Huntsville, in Alabama, è legata alla riduzione dei livelli di espressione del gene GDF6 negli arti inferiori. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Cell, hanno evidenziato che la riduzione dell’espressione di questo gene ha comportato una minore crescita dell’alluce che è rimasto allineato alle altre dita perdendo l’opponibilità. Questo è stato un grande vantaggio per animali che dovevano correre e mantenere l’equilibrio nella stazione eretta, per poter diventare i dominatori del nuovo ambiente di savana che si andava profilando.
  • Verticalizzazione di tutto lo scheletro. Stare in piedi ha modificato completamente e interamente le ossa dello scheletro umano. La cosa è molto evidente se mettiamo a confronto uno scheletro di scimpanzè e uno umano: i corpi vertebrali benchè simili ad uno sguardo superficiale, mostrano, in realtà, notevoli differenze nella forma. Le ossa del bacino e degli arti inferiori sono diventate molto più robuste perché hanno dovuto sostenere il peso di tutto il corpo. Anche le curvature (lordosi e cifosi) della spina dorsale sono la risposta ad adattamenti specifici di postura e locomozione. Studi comparativi sul modo di camminare umano e di scimpanzè addestrati alla locomozione bipede ha rivelato che in questi la rotazione del bacino è molto più accentuata con una rotazione del torace che va nella stessa direzione delle anche mentre negli esseri umani il bacino è molto meno ruotato e il torace ruota in senso opposto al bacino. Il nostro modo di camminare benchè in qualche modo derivato dei nostri parenti pongidi ha comunque subito delle modifiche che lo hanno reso decisamente più efficiente.
  • Spostamento in avanti del foramen occipitalis Il riassetto strutturale dovuto alla conquista della postura eretta è stato caratterizzato anche da uno slittamento in avanti del foramen magnum per consentire maggiore equilibrio alla grande testa posta in cima alla colonna vertebrale
  • Riduzione degli arti superiori per una maggiore stabilità e un maggior equilibrio la postura eretta e il bipedismo sono stati accompagnati da una progressiva riduzione degli arti superiori.
  • Cervello grande per pensare e mani libere per cambiare il mondo Tutti i rappresentanti del genere Homo si caratterizzano per avere grandi teste con grandi cervelli. In tutta la nostra storia evolutiva la costante crescita del cervello in volume e complessità è stato l’elemento distintivo che ci ha fatto diventare quelli che siamo. Insieme a questo processo il fatto di avere le mani libere, non più impegnate nella locomozione, ha in qualche modo determinato un’ulteriore incremento dello sviluppo cognitivo dovuto proprio al loro uso. Mani e cervello sono in qualche modo due facce di una stessa medaglia: poter dare forma ai pensieri e creare ci ha permesso di affrancarci da un legame troppo stretto con la natura… al punto che oggi siamo in grado di arrivare nello spazio e la nostra curiosità e sede di scoperta ci spinge sempre oltre i confini.

Tutte queste trasformazioni sono avvenute in modo graduale, molto lentamente… La comunità scientifica ancora si interroga cercando di comprenderne il perché. Certo un processo evolutivo è un qualcosa di estremamente complesso e forse tutte le risposte fino ad ora trovate sono un aspetto di questo fenomeno di cui ancora molto dobbiamo scoprire.

Le prime tracce di questa camminata risalgono al 1978 quando la paleantropologa Mary Laekey nell’area protetta di Ngorongoro, in Tanzania, trovò le impronte lasciate su uno strato di cenere vulcanica appartenenti a tre individui di Australopithecus afarensis (la stessa specie della famosa Lucy) di taglie diverse tra loro e risalenti a 3,6 milioni di anni fa. L’interpretazione che ne fu data era quella di una piccola famiglia: l’individuo di taglia più grande, il maschio, e due individui più piccoli, la femmina e un cucciolo, che camminavano vicini. Le recenti scoperte, ad opera di ricercatori italiani, sempre in Tanzania nel sito di Laetoli di nuove orme attribuibili a due individui rivelano uno scenario del tutto nuovo: non più una piccola famiglia, ma un gruppo di cinque individui un maschio, una femmina e due in giovane età. L’analisi delle impronte quindi non solo consente di comprendere informazioni preziose sulla biomeccanica della camminata, ma ci fornisce anche notizie preziose sul tipo di struttura sociale e di vita di questa comunità di Australopiteci. Secondo la lettura del prof. Manzi, siamo difronte ad una comunità poligama con un alto dimorfismo sessuale.

Siamo diventati bipedi conquistando la postura eretta non solo per una pressione selettiva esercitata dall’ambiente, ma anche per amore: ebbene sì i maschi più eretti erano quelli che combattevano meglio e quindi venivano scelti dalle femmine perché più forti. Siamo diventati bipedi per fuggire dalle prede e per andare: una volta scesi dagli alberi c’era un mondo da esplorare. Sin dalle origini ci siamo messi in cammino alla ricerca di cibo e di luoghi nuovi dove vivere. Con ondate successive abbiamo mosso i primi passi dall’Africa (Out of Africa) per arrivare in Medio Oriente e da qui andare in Asia o in Europa. Questo nostro andare a colonizzare nuovi ambienti, il doverci adattare a diversi climi ha fatto sì che il mondo si popolasse di umanità con caratteristiche molto differenti. E così gli oltre 7 miliardi di individui che oggi popolano il nostro Pianeta sono frutto di storie antichissime che oggi descrivono un mondo con un’umanità dai mille colori e tradizioni.

Born to run. Nati per correre, per rispondere a un moto interiore, un bisogno dello spirito, un atto liberatorio, un afflato di vita, un canto del cuore. Diceva Kerouac “[…] dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare […]” (J. Kerouac, On the road, 1951).

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