AUSTRALOPITHECUS SEDIBA. CHI ERA COSTUI?

di Flavia Salomone

I fossili sud africani sembrano raccontare una storia “parallela” rispetto a quella dei fossili dell’Africa orientale. È il caso di Australopithecus sediba, un po’ scimmia un po’ uomo, un mistero ancora non pienamente chiarito come quello di Homo naledi.

La storia più remota delle nostre origini si perde nelle pieghe del tempo e in questo viaggio a ritroso le informazioni si frammentano come le tessere di un mosaico. Molti sono ad oggi i tratti sconosciuti e quindi ricostruire il puzzle del nostro cammino evolutivo può diventare un rompicapo che spesso si tinge di giallo. È il caso di Australopithecus sediba.

Sud Africa 15 agosto del 2008. Nelle caverne di Malapa, località a 45 KM da Joannesburg, vennero scoperti da Lee R. Berger e collaboratori i resti di due individui: un maschio giovane e una femmina adulta. Apparve subito chiaro che era uno di quei rinvenimenti che sarebbe stato di difficile interpretazione. Venne presentato alla comunità scientifica a quasi due anni dalla scoperta, il 9 aprile 2010, come una nuova specie: Australopithecus sediba. Ma chi era davvero questo lontano antenato?

La mano di Australopithecus sediba, sovrapposta a quella del suo scopritore Lee Berger (Da Science, 2011, vol. 333, p. 1372)

Vissuto intorno ai 2 milioni di anni fa A. sediba aveva un aspetto che condensava in sé caratteri scimmieschi e caratteri più vicini ai primi Homo. Certamente aveva una capacità cranica ridotta perfettamente compatibile con gli standard delle altre forme di australopitecine, ma recenti studi sulla struttura del suo cervello rivelano che malgrado dimensionalmente piccolo fosse molto simile a quello dei primi Homo soprattutto nella regione frontale.
I suoi arti superiori denotano una spiccata capacità di arrampicarsi sugli alberi anche se la mano mostra un aspetto sorprendentemente moderno che ricorda molto di più quella dei primi Homo che quella delle altre antropomorfe.
Da questo variegato mosaico di caratteri potremmo quasi dire che A. sediba sia una sorta di evoluzione in atto.

Certamente il processo evolutivo richiede tempi lunghi e i fossili, in fondo, rappresentano una sorta di “istantanea”: un istante fissato per sempre di un cammino lungo milioni di anni. A. sediba ancora ha molti segreti, certo però ci testimonia un momento di passaggio importante per la futura comparsa di Homo. Chissà se è lui un altro tassello che ci aiuterà a ricostruire l’identità dell’anello mancante?

 

 

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