Trochoidea elegans, curiosità e allevamento

di Fabrizio Lucente

Trochoidea elegans è una piccola specie della Famiglia Hygromiidae, dalla tipica conchiglia conica a profilo molto regolare, carenata sull’ultimo giro e più o meno appiattita, in modo variabile nelle diverse popolazioni locali.

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E’ specie tipicamente meso-xerofila, amante di ambienti steppici, pascoli mediamente aridi con suolo argilloso, e a clima temperato.
Diffusa pressoché unicamente , e in modo molto discontinuo, in una stretta fascia costiera lungo le sponde del Mediterraneo occidentale, con alta incidenza nelle Isole Baleari e, a seguire, sulle coste spagnole continentali; presente anche sul versante africano, specialmente Tunisia e Marocco, con frequenza non nota (ma le popolazioni locali potrebbero appartenere a specie distinta, benché affine).
Introdotta nella Francia settentrionale e in alcune aree dell’Inghilterra meridionale, con segnalazioni anche negli USA, nella South Carolina.

In Italia è assai poco diffusa e, oltre ad alcune località sulla costa della Liguria orientale, sembra reperibile solo nell’Alto Lazio; qui, il suo più importante areale di distribuzione è apparentemente ridotto alle sole colline della Tolfa, proprio dove ho prelevato degli esemplari attualmente allevati, e a sporadici siti limitrofi.

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Tipica  di quest’area di bassa collina, prospiciente il Mar Tirreno, è la forma ”scitula”, caratterizzata dal particolare appiattimento della spira, che conferisce alla conchiglia aspetto quasi discoidale. Oltre che per la notevole bellezza, queste popolazioni rivestono quindi anche un particolare interesse bio-geografico.
Le popolazioni tunisine sono invece caratterizzate, all’opposto, da una spira particolarmente elevata ; proporzioni intermedie si osservano in quelle liguri e in quelle francesi.

Naturalmente, le proporzioni restano comunque variabili, nell’ambito di ciascuna popolazione ; anche nelle locali quindi, potremmo riscontrare soggetti con spira relativamente elevata o, al contrario, particolarmente appiattita.

Procedendo a una valutazione statistica di tali deviazioni su di un campione sufficientemente esteso, una volta acquisiti i valori della Norma e della Deviazione Standard, potremmo selettivamente accoppiare i soggetti più devianti, nell’uno e nell’altro senso valutando in seguito il profilo statistico della progenie ; questo, al fine di accertare tanto la ereditabilità quanto i limiti morfologici di queste variazioni .

Il diametro medio degli esemplari locali è di circa 10 mm., l’altezza è di circa 4 mm.
Il disegno consiste in una linea bruno scuro che percorre concentricamente le spire, su sfondo bianco / bianco avorio ; ma non mancano esemplari con fascia più chiara, o sdoppiata in una chiara e una scura adiacenti, o altri -rari- integralmente bruni : questo ”melanismo” è stato osservato anche nelle popolazioni di Tolfa di Cernuella virgata, e -due esemplari da me rinvenuti- sia di Cernuella cisalpina che di Rumina decollata.

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(Rumina decollata ”melanica” di Tolfa)

Per contro, ne osservai esemplari completamente bianchi a pochi km dalla Tolfa, su vegetazione alofila rada in prossimità della spiaggia ; questa piccola popolazione è purtroppo scomparsa, grazie a inopinate e malintese opere di ”pulizia” che hanno comportato, nel corso degli anni, sfalci e diserbi estivi ostinati e inutili.

Queste e altre analoghe sono le vere cause di rarefazione / scomparsa di Specie locali, mentre -almeno in questo Continente- non appaiono esserlo in alcun modo le c.d.”specie aliene’ , oltretutto quasi inesistenti per quanto riguarda la Classe Gastropoda : mentre altri Continenti ospitano infatti, e da decenni/secoli, tutte le specie nostrane più comuni, senza per questo averne perdute di proprie, pressoché nessuna specie terricola asiatica, nordamericana né tanto meno australiana è mai apparsa entro i nostri confini. Facile comprendere, da casi del genere, come le c.d. ”aliene” rappresentino semmai un fin troppo comodo capro espiatorio, a copertura di quegli scempi deliberati costituenti la vera causa di sterminio di specie autoctone ; il tutto, con l’avallo della junk-science ormai dilagante.

Anche in quest’ultimo caso, sarebbe da indagare in che modo la colorazione bianca sia legata all’ambiente di duna e retrodunale.
Un solo esemplare bianco sporco (su circa 150) era presente anche tra questi della Tolfa; attualmente in terrario, potrebbe esser oggetto di studi sulla trasmissione del carattere, o su preferenze climatiche / peculiarità etologiche eventualmente correlate alla colorazione.
Simili correlazioni emersero, e ben evidenti, nel caso di Cepaea nemoralis, ove le differenti colorazioni appaiono correlate a diverse preferenze termiche, a loro volta determinate, a livello neurale, da differenze a carico dei recettori oppioidi.

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Esemplare ”bianco” da Tolfa

Come la maggior parte delle chiocciole diffuse in ambienti e climi simili, Trochoidea elegans trascorre la stagione calda e secca in ”estivazione”. In questa circostanza, a seconda di ciò che offre l’habitat (e forse anche in base a peculiarità delle popolazioni, o specificità legate ai diversi microclimi locali), le chiocciole possono adottare due differenti strategie :

1) raggrupparsi, aderendo l’una all’altra in veri e propri ”grappoli”, in nicchie del terreno site al di sotto di pietre o zolle di medie dimensioni, adese a queste in maggiore o minore grado oppure fissate a erbe secche o radici là presenti : osservo questo comportamento nelle popolazioni della Tolfa.
In periodi preestivi, tuttavia, nelle giornate asciutte è comune vederle anche adese a paletti esposti, a piccola distanza dal suolo.


(Immagine ripresa in terrario, che rende comunque l’idea del genere di aggregazione).

2) meno comunemente singoli o pochi esemplari si fissano in posizione esposta, in cima a steli di Poaceae (graminacee) di media altezza e robustezza – fra l’altro, fu proprio quest’abitudine a esporle allo sterminio, in occasione delle falciature e diserbi estivi sopra detti.
La colorazione bianca potrebbe aiutare a meglio sopportare l’esposizione solare, in questo caso. L’umidità atmosferica più elevata legata all’ambiente costiero renderebbe forse superfluo l’aggregarsi al riparo, al fine di meglio conservarla.

Reperii questi esemplari in ottobre in un’area prativa esposta, dopo essermi addentrato per poco più di un km all’interno e salendo di quota. Risultarono assenti nel tratto di bosco/sottobosco, da me accuratamente ispezionato sia a livello di suolo e lettiera, sia al di sotto di rocce e cortecce.

Essendo una giornata mediamente soleggiata, gli esemplari non erano in attività, benché non ancora opercolati o comunque preparati al letargo invernale. Erano reperibili in modo sparso o con livelli di aggregazione minima ( 2-4 esemplari sigillati assieme, al massimo), seminascoste tra le crepe delle zolle o tra i grumi del terreno argilloso, o al riparo sotto grandi foglie appassite di Asteraceae con portamento ”a rosetta”, Cynara cardunculus e altre affini con aspetto di ”cardo”; si addensano in prossimità del fusto centrale.
Suppongo che queste foglie, e forse altre marcescenti delle più coriacee (silicee) graminacee locali, rappresentino la base della loro alimentazione.

In cattività sembrano accettare di buon grado foglie di insalata romana, appartenente dopotutto alla stessa Famiglia dei ”cardi” sensu lato. Foglie fresche vengono mangiate e in modo ampio ed evidente, non si tratta dei morsi occasionali e rari tipici di quegli alimenti di ripiego che , alla lunga, non sostengono in vita le chiocciole con esigenze particolari di dieta.

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( visibili qui anche le due Cernuella cisalpina submelaniche)

Licheni o rocce inverdite sembrano del tutto ignorate (oltretutto sono presenti solo occasionalmente nel loro habitat, da quanto ho potuto constatare) , quindi questa ”difficile” fonte di cibo non è necessaria.
Fettine di carote crude sono moderatamente gradite; come la Parietaria o l’Ortica appassita, non credo necessarie ma senz’altro utili a variare la dieta, che è bene non sia monotona soprattutto in specie essenzialmente ”selvatiche” e di generazione F0.

Alloggiamento 

Le piccole dimensioni di queste chioccioline, insieme alla loro elevata disposizione ad aggregarsi, ne rende possibile l’alloggiamento di numerosi esemplari in box / terrari anche di piccole dimensioni.
Importante è l’arieggiamento : anche se meno vitale di quanto sia per specie affini tipiche di ambienti rocciosi, suppongo che sia comunque necessario come lo è più o meno per tutte le specie xerofile.
Ho utilizzato un comune box di plastica, di circa 40 x 25 x 25 di altezza, ritagliandole un’ampia finestra su una delle due facce maggiori , che ho chiuso con un piccolo pannello di vetro sintetico, fissato con colla a caldo. Ho lasciato alcuni cm di spazio al di sotto di questo, coperti questi con una zanzariera di plastica, per migliorare la circolazione dell’aria.

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Ancora meglio sarebbe aprire un’altra finestra sul lato opposto, e richiuderla integralmente con una simile zanzariera.
Ho comunque provveduto ad aprire totalmente e sostituire con zanzariera il coperchio, di cui la sola cornice di contorno rimane.
Il substrato consiste in terra argillosa locale, va bene qualsiasi terra di incolto sufficientemente ”grassa” e argillosa; ho provveduto a piantarvi un paio di ciuffi di graminacee che, come si può osservare, sono state apprezzate come supporto di riposo anche in questa stagione (autunno-inverno).

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Altri supporti salienti, come i rametti legnosi, potranno essere graditi. I sassi invece, oltre a una funzione meramente decorativa, aiutano a formare aree superficiali coperte, anch’esse utili al riposo ; in particolare quello invernale, per il quale le posizioni riparate e coperte, in prossimità del terreno o dentro di esso, sono senz’altro preferite.
L’altezza del substrato raggiunge i 6- 7 cm ; anche se probabilmente questo spessore non è necessario, se non forse per la deposizione o per svernamenti in casi di inverni particolarmente freddi, servirà comunque come fattore isolante e di inerzia termica, oltre a creare un ”’buffer igrometrico”, scongiurando il rischio di un eccessivo e troppo rapido essiccamento, come pure quello di inzupparsi troppo velocemente.
Sia per il riposo, sia ancor più per deposizione o ”nursery”, la stabilità delle condizioni è particolarmente importante.
Sarà poi sempre bene introdurre calcari, travertini o granaglie calcaree di vario genere, anche gusci d’ostrica polverizzati o polvere di calcio mescolata al terreno, in superficie.

N.B. Questo terrario è alloggiato all’aperto, sotto una tettoia, al riparo dal gelo diretto e -soprattutto- dalla pioggia ; ma mi trovo in località vicina – circa 10 km in linea d’aria- da quella del reperimento, quindi il clima locale è tollerabile.
Per chi volesse cimentarsi con questa specie, abitando però al Nord o in aree dal clima più rigido, consiglierei di svernare il box in una stanza non riscaldata, garage cantina ecc, e lasciare tendenzialmente asciutto con rade nebulizzazioni ogni qualche giorno (a simulare rugiade ed evitare totale dessiccazione ).
Ambienti caldi domestici comporterebbero probabilmente l’esaurimento delle chiocciole durante il periodo di riposo; mentre una attività ”forzata” potrebbe risultare ugualmente nociva.

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